Il cardinale Sandri: Giovanni Paolo II fu un gigante, dall‘inizio alla fine. Quando mi dissero di parlare alla piazza, vissi un’emozione tremenda. Ricordo ancora le lacrime della gente in attesa.
Un “gigante dall’inizio alla fine“. Da quel suo invito programmatico “e ancora oggi molto attuale” – aprite le porte a Cristo – all’ultimo respiro, giunto alle 21,37 del 2 aprile di vent’anni fa. Il cardinale Leonardo Sandri , all’epoca sostituto della Segreteria di Stato, era là, accanto al Papa morente. E fu mandato ad annunciare al mondo la triste notizia. “Giovanni Paolo II – dice oggi, a distanza di due decenni – è stato un uomo e un Papa di statura immensa“. E mentre ne parla gli diventano lucidi gli occhi. Proprio come quella sera. Il prefetto emerito del dicastero per le Chiese Orientali, argentino, 81 anni, oltre che vice decano del Collegio cardinalizio, ci riceve nel proprio appartamento, nello stesso palazzo dove c’era e c’è la Sala Stampa della Santa Sede, gremita in quei giorni di giornalisti arrivati da tutto il mondo.
Eminenza, qual è il suo ricordo dei momenti finali della vita terrena di san Giovanni Paolo II?
In quel momento, nell’appartamento papale, c’erano il cardinale Camillo Ruini, vicario di Roma, il cardinale Joseph Ratzinger, decano del Collegio cardinalizio, il segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano, io, l’allora vescovo Stanislaw Dziwisz e le suore. Nel momento della morte, mentre ancora mentre l’elettrocardiogramma registrava gli ultimi battiti, ricordo una delle suore in ginocchio ai piedi del letto del Papa che leggeva i Salmi dell’ascesa verso Gerusalemme. Giovanni Paolo II, dunque, è morto ascoltando la Parola di Dio, che aveva annunciato per tutta la vita.
Che cosa è successo poi?
In piazza c’era una folla enorme in attesa e in preghiera. Così mi hanno detto “Vada subito e annunci la morte del Papa”. Allora sono sceso di corsa dalla Terza Loggia, scendendo le scale a rotta di collo, per arrivare in piazza nel più breve tempo possibile, ma una volta arrivato là mi sono accorto che non sapevo che cosa dire, tanta era la commozione. Così, spontaneamente mi è uscita quella frase: “Il nostro amatissimo padre, il papa Giovanni Paolo II è tornato alla casa del Padre”. E ho aggiunto l’orario, le 21,37. È stata un’emozione tremenda, condivisa con quanti erano sulla piazza e con tutto il mondo. Ho visto molta gente che piangeva. E ho soggiunto semplicemente: “Preghiamo per lui”.
Lei ha avuto il privilegio di stare accanto al Papa, a motivo del suo incarico. Com’era san Giovanni Paolo II, visto da vicino?
Sono stato nominato sostituto nel 2000, quindi il mio rapporto più stretto con Giovanni Paolo II l’ho avuto nell’ultima fase della sua vita, segnata dalla sofferenza. Ho un ricordo indelebile. Quando uscì dall’ospedale dopo la tracheotomia, notai che aveva freddo e gli misi addosso il mio cappotto. Lo conservo ancora, quel cappotto, come se fosse una reliquia. E quando leggevo al suo posto i discorsi o i testi preparati per l’Angelus mi dicevo che non ero degno di farlo, perché si avvertiva già da allora l’aura della sua santità.
Come era il rapporto con il Papa in quel frangente segnato anche dalla difficoltà di comunicare?
Sapeva farsi comprendere. Anche con i gesti. E nonostante la difficoltà di articolare le parole, non perse mai la sua vivacità, la profondità delle osservazioni, anche la sua ironia. Bastava uno sguardo, un segno degli occhi, una battuta. Ricordo in particolare quando, parlando del comunismo che aveva sperimentato direttamente in Polonia, soleva ripetere: “Percuoterò il pastore e il gregge si disperderà” e forse pensava anche all’attentato, che era stato realizzato con questo intento. E proprio in riferimento all’attentato mi piace ricordare un episodio che denota la sua ironia. Quando nel 2002 fece il viaggio in Bulgaria, atterrando all’aeroporto di Sofia ci fu la battuta: “Questa è la vera pista bulgara”. Nelle prime indagini, infatti, fu coinvolto un funzionario delle linee aeree di quel Paese e si parlò appunto di “pista bulgara”. Devo però dire che quell’ipotesi non ha mai fatto venire meno il grande amore del Papa per il popolo bulgaro, che dimostrò anche in occasione di quel viaggio.
Sì, e vorrei ricordarne in particolare tre, che a mio avviso denotano l’estensione davvero universale del suo ministero petrino. La canonizzazione di Juan Diego in Messico nel 2002 fu come una sorta di “canonizzazione” di tutti i popoli indios dell’America Latina. Era la quarta visita in Messico del Papa e ricordo la gente che piangeva all’aeroporto, poiché si preavvertiva che quella sarebbe stata l’ultima volta in quel Paese. Poi la visita del 2003 a Cracovia, per l’inaugurazione del santuario della Divina Misericordia di Santa Faustina Kowalska. Mai dimenticherò il silenzio di quella piazza, nonostante ci fossero due milioni di persone. E infine l’ultimo viaggio a Lourdes, nella solennità dell’Assunta del 2004. Il Papa riuscì a recuperare le energie per leggere tutta l’omelia, richiamando con forza la preziosità del dono della vita, sacro e inviolabile lungo tutto il corso dell’esistenza. Lo vedo ancora curvo, chinato in silenziosa preghiera davanti all’immagine della Madonna, ripetere il suo Totus tuus e affidarsi in pratica tramite Maria alle mani di Gesù per quello che sarebbe stato pochi mesi dopo il suo viaggio definitivo.
Qual è, a vent’anni di distanza, l’eredità di san Giovani Paolo II?
Per me resta prima di tutto la dignità del dolore e della sofferenza che ha saputo testimoniare e che ha dato ulteriore consistenza all’umanizzazione del papato portata avanti con coraggio durante tutto il pontificato. Se pensiamo che ai tempi di Pio XII la gente si metteva in ginocchio quando arrivava il Papa, possiamo comprendere tutta la differenza. E poi la proclamazione della libertà e della giustizia contro le tutte le forme di oppressione e di dittatura. San Giovanni Paolo II ha cambiato la storia e ha introdotto la Chiesa nel terzo millennio, rivolgendoci un invito valido ancora oggi. Duc in altum, che si somma a quello di aprire le porte a Cristo. Non posso dimenticare poi il suo profondo rispetto per tutte le componenti ecclesiali, sia per quanto riguarda la geografia (ricordo ad esempio, i sinodi dei diversi continenti sia per le condizioni di vita, donne e giovani in particolare, con la meravigliosa invenzione delle Giornate mondiali della Gioventù.
La Mulieris dignitatem e l’accento posto sul genio femminile furono una novità per quel tempo?
Effettivamente. Una grande novità. Spesso di papa Wojtyla si ricorda, a proposito delle donne, il suo no al sacerdozio femminile. Ma lui non ha detto che le donne non possono diventare sacerdoti. Ha detto invece che la Chiesa non ha la potestà per cambiare quanto Cristo stesso ha stabilito. In tutta la sua vita ha sempre manifestato un amore enorme per la dignità femminile.
Eppure, recentemente, qualche voce malevola si è alzata per criticare alcuni aspetti del pontificato, ad esempio in relazione alla lotta agli abusi. Lei che cosa risponde?
Che la lotta contro gli abusi è cominciata proprio con lui. E che le prime norme contro questo tremendo fenomeno sono state fatte sotto il suo pontificato. Poi Benedetto XVI le ha riprese e approfondite, ma non si può avere nessun dubbio sulla rettitudine di san Giovanni Paolo II e sulla sua lotta contro gli abusi sui minori e anche contro gli abusi di potere.
Il popolo che al suo funerale ha gridato “Santo subito” ha avuto l’immediata percezione della sua santità. La canonizzazione è arrivata infatti a tempo di record. A vent’anni di distanza, è stata una decisione giusta?
Penso che il processo di canonizzazione abbia dato ragione a quanto chiedeva il popolo di Dio al momento del funerale e che abbia provato la sua santità. Si dice vox populi, vox Dei. In questo caso davvero la voce del popolo è stata sottoposta a una verifica attenta attraverso l’esame profondo della vita e delle opere di san Giovanni Paolo II. E quindi quella che era stata l’intuizione del popolo di Dio ha ricevuto piena conferma.
A un giovane che non ha vissuto l’epoca di san Giovanni Paolo II come presenterebbe in breve la sua figura?
Quello che san Giovanni Paolo II può insegnare ai giovani di oggi, lui che ai giovani teneva tantissimo, è che la vita è una lotta e che bisogna lottare fino in fondo per raggiungere il traguardo. Ricordo quando all’arrivo a Toronto per la Gmg del 2002, nonostante il lungo viaggio e la malattia già avanzata, volle scendere caparbiamente tutti i gradini della scaletta dall’aereo. Papa Wojtyla ha testimoniato in prima persona la necessità di portare a compimento la missione che Dio affida a ognuno di noi, anche quando questa fosse segnata dal limite e dal dolore. Un insegnamento di grande importanza per i giovani di oggi. E non solo per loro.
Fonte: Avvenire.it
Photo: Avvenire.it